Educazione

L'allevamento Dellylle' effettua lezioni di educazione base per la buona e corretta gestione del cane, sia pre che post adozione, (vedi sul menù Corsi).

Sezione dedicata al'educazione,e problemi comportamentali, purtroppo qui' c'e' tanto da leggere e poche figure...buona lettura.


Vorrei fare una distinzionebtra le varie figure professionali che potreste incontrare nella ricerca di un corso:


L' Educatore è una figura professionale che generalmente fa corsi di educazione base per la corretta gestione del cane. (e si può paragonare ad un insegnante dei bambini). Educare deriva da educere, che vuol dire tirar fuori. Cioè scoprire quello che il cane ha già in se. Gli educatori a volte fanno anche corsi di varie tipologie come agility, acqua, naso, rally-o, ecc... E generalmente per ogni disciplina hanno fatto un corso a parte conseguendo quindi la capacità di insegnare nelle proprie scuole.


Comportamentalista o comportamentista spesso è un "riabilitatore" queste figure ptofessionali sono paragonabili ai nostri psicologi e "sistemano" quando possibile delle problematiche caratteriali a volte anche molto gravi, cani mordaci e/o con fobie. Questa figura professionale ha un abilitazione a parte che avviene come specializzazione del corso base, quindi non tutti gli educatori sanno fare questo tipo di percorsi. Spesso collaborano con veterinari che a loro volta hanno fatto studi a parte per "riequilibrare" pazienti difficili.


Poi ci sono gli Addestratori, questa figura professionale generalmente offre servizi di addestramento di cani poliziotto o similari e insegna ai cani la difesa, l'attacco alla manica ecc...

Addestrare vuol dire rendere destro/capace il cane a fare qualcosa. Diciamo che potremmo assimilarlo ad un coach sportivo.


Quindi quando decidete di "far qualcosa" col vostro cane dovete pensare a quale figura professionale rivolgervi, perché si ottenga così il miglior risultato senza rimaner delusi.


gli articoli a seguire firmati "Valeria Rossi"  sono tratti dal sito www.tipresentoilcane.com in questo sito ci sono moltissimi articoli di varie sezioni.

Valeria rossi:Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani da utilità per 16. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di 85 libri cinofili e della serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" , nonché conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto e tiene diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI). Da settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) è tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO).

Fai la cosa sbagliata? E io ti coccolo

Tratto dal sito "ti presento il cane .com"di Valeria Rossi
...................non è che i casi di aggressività si risolvano a pugni in testa, per carità. Però il concetto di “spiegare al cane che quel comportamento non era gradito” lo trovo ancora giustissimo.
E ancora oggi, invece, mi capita continuamente di vedere persone che, con i loro gesti, approvano cani ringhiosi, mordaci, aggressivi.
Così come mi capita di vedere rinforzati comportamenti di paura (“Ma no, stai tranquillo, non succede niente”… e giù carezze e coccole), con l’ovvio risultato di far pensare al cane “faccio bene ad aver paura”.
Ovviamente il cane che ha paura non va neppure corretto e tanto meno punito (serve dirlo? Vabbe’, diciamolo): però non va assolutamente rinforzato! E le coccole, le carezze, l’approvazione sociale espressa in qualsiasi modo sono un rinforzo: ovvero, qualcosa che induce la ripetizione di un comportamento.
Se è facile dire un bel “NO!” convinto al cane che ringhia, abbaia o tenta di mordere, è meno facile capire quale sia il comportamento giusto con il cane che mostra paura, e ancor meno facile capire come comportarsi in caso di paura che sfocia in atteggiamenti aggressivi. Ovviamente non esiste una ricetta magica buona per tutti e quindi non posso darvi consigli specifici perché bisognerebbe vedere il singolo cane e cercare di capire le cause prima di trovare i rimedi… ma una cosa è certa: rinforzare è sbagliato.
rinfsoc3Quindi il cane timoroso, o pauroso/aggressivo, non va assolutamente accarezzato/coccolato. In linea di massima posso dire che l’atteggiamento giusto è quello rilassato e tranquillo: dobbiamo fargli vedere che noi per primi affrontiamo il presunto “pericolo” (che si tratti di una persona o di un sacchetto di nylon svolazzante, non cambia nulla) con sicurezza e serenità, e poi invitarlo a seguire il nostro esempio senza forzarlo, ma “convincendolo” con parole pacate e gesti sicuri.
Non diciamo mai “bravo” (il cane sa benissimo cosa significa, se sta con noi da più di una settimana), ma diciamogli, per esempio: “Dài, vieni”, in tono suadente.
Soprattutto, non accarezziamo MAI il cane “per calmarlo”: questa è una cosa che può funzionare con un bambino o con uno scimpanzè (i primati si accarezzano tutti tra loro), ma i cani non sono bambini né scimmie e per loro la carezza significa “sono contento di te, fai bene a fare così”.
Certo, questo concetto può anche avere un effetto calmante secondario… ma il primo effetto sarà sempre quello di fargli pensare che quel comportamento è gradito e che quindi faranno bene a ripeterlo.
Teniamolo presente, quando il nostro DNA da primati tende a prendere il sopravvento: ricordiamocene, perché con il rinforzo sociale si fa prestissimo a creare cani paurosi o, peggio ancora, cani morsicatori.

quindi:

COCCOLE= Premio

CIBO = Premio

PAROLE (come bravo) = Premio

 

il Premio rinforza SEMPRE il comportamento in atto, quindi se coccolo un cane che ha paura del temporale gli sto dicendo " bravo, fai bene ad aver paura" e ne avra' sempre di piu'.

Cosi' se coccolo un cane che trema sul tavolo del veterinario o del toelettatore il cane avra' sempre piu' tensione epaura a causa vostra! 

E se coccolate un cucciolo che piange appena portato a casa dall'allevamento?.......................................  imparera' che piangere porta............. coccole e piangera' sempre piu'...vedete voi !

Spinning: quando il cane si morde la coda

di VALERIA ROSSI – “Cane che si morde la coda” è un modo di dire popolare che indica un circolo vizioso, una situazione senza via d’uscita: il che ci fa pensare che questo comportamento sia stato osservato così spesso da farlo diventare un’ espressione proverbiale.
Ma allora, è normale che il cane si insegua e/o si morda la coda?
Be’, dipende dal perché lo fa.
Se lo fa un cucciolo, solitamente si tratta solo di un gioco e anche di un modo per “scoprire se stesso” (a volte i cuccioli si ammollano delle sgagnate tremende, scoprendo così che la coda è una parte del proprio corpo e che forse non è il caso di aggredirla a denti spianati): in questi casi l’unica cosa che non dobbiamo mai fare è ridere, perché il cane ripete facilmente tutti i comportamenti che ottengono la nostra attenzione.
A volte capita che il cucciolo faccia una stupidaggine qualsiasi per gioco, ma che accorgendosi di divertirci la ripeta fino a farla diventare una vera e propria ossessione.
Se lo spinning (o “tail chasing”) lo manifesta un adulto, può trattarsi di una reazione ad uno stimolo fisico, per esempio il morso di pulci: in questo caso, di solito, il cane non “mira” esattamente alla coda, ma vorrebbe grattarsi la schiena che gli prude… solo che non ci arriva, e per questo gira ossessivamente su se stesso.
Anche in casi come questi la reazione degli umani può far nascere un problema compulsivo; ma soprattutto sarebbe molto triste che un cane con le pulci venisse lasciato in preda dei parassiti. Quindi, se il vostro amico si mette improvvisamente ad inseguire la propria coda, per primissima cosa accertatevi che non sia infestato da fastidiosi ospiti.
Se infine un cane adulto diventa veramente ossessivo nell’inseguimento della coda, se sembra che “debba” farlo assolutamente per sentirsi meglio, se diventa sordo a qualsiasi richiamo o distrazione… allora potremmo essere di fronte a un problema comportamentale o addirittura neurologico.
spinning4Secondo uno studio di Alice Moon-Fanelli e Nicholas Dodman, i sintomi neurologici monitorati in un gruppo di bull terrier che manifestavano spinning erano molto simili a quelle che si trovano negli esseri umani che soffrono di autismo.
Prima di allarmarsi, però, è bene ricordare che nella stragrande maggioranza dei casi il disturbo è solo comportamentale, e che è la conseguenza degli stessi problemi che abbiamo già esaminato nell’articolo che trattava in generale di tutti i disturbi ossessivo-compulsivi: noia, stress, scarsa attività fisica, vita troppo monotona (i cani tenuti alla catena sono tra i più affetti da spinning, ma lo stesso vale per quelli che vivono sempre e solo in casa), conflitti gerarchici con altri cani di casa, confusione mentale (classica nei cani che non hanno regole, o che vengono puniti per qualcosa che non capiscono, o che hanno conflitti interni).
spinningPurtroppo gli studi hanno dimostrato che non è sufficiente eliminare le cause scatenanti per far sparire i comportamenti compulsivi: quindi, anche se si “rimette tutto a posto” nella vita del cane, può succedere che lui continui ad inseguirsi la coda. In alcuni casi pare che ci sia anche una base genetica.
E’ comunque indispensabile cercare di individuare (e quindi di eliminare) le cause scatenanti: dopodiché, se il comportamento persiste, si dovrà intervenire bloccando il comportamento sul nascere.
Lo si può fare anche fisicamente, per quanto non sia assolutamente permessa alcuna forma di punizione (che causerebbe nuovo stress e quindi diventerebbe una nuova causa scatenante: insomma, sarebbe un tipico caso di… “cane che si morde la coda”!).
La cosa migliore da fare è mettere il cane al guinzaglio, agendo in modo da impedirgli di iniziare a girare su se stesso: subito dopo bisognerà distrarlo e possibilmente fargli fare dell’esercizio fisico, che è sempre la migliore terapia per tutti i problemi di comportamento.

La coprofagia: quando il cane mangia le cacche (sue o altrui)

di VALERIA ROSSI – La battutaccia “ma che articolo di m…a!” me la faccio subito da sola, così vi risparmio la fatica: in effetti l’argomento non è dei più delicati ed eleganti, ma mi è appena arrivata una richiesta su FB e mi sono resa conto che non l’avevo ancora affrontato (chiediamoci perché… sigh!). Invece serve parlarne, perché purtroppo questo comportamento è molto diffuso tra i cani: quindi turiamoci il naso e andiamo avanti.
Punto primo, e principale: la cacca, ai cani, piace.
Potranno anche mangiarsela perché hanno problemi alimentari (un tempo si pensava che la coprofagia fosse causata da carenze vitaminiche o minerali: poi si sono somministrate ai cani vere e proprie overdose vitaminiche e minerali, e loro hanno continuato imperterriti), ma il fatto è proprio che ci provano gusto.
Ovviamente sono anche “programmati” per provarcelo: perché ai canidi, in natura, può capitare di saltare i pasti anche per diversi giorni successivi (le famose gioie della vita libera…). In questi casi “riciclare” i residui alimentari non digeriti dalle cacche, proprie o altrui, può addirittura salvare la pelle all’animale.
Questo non basterebbe, però, a spiegare perché un cane che ha la pancia piena (a volte anche pienissima: a noi umani non basta l’elevatissimo quoziente di obesità che affligge la nostra specie, ma tendiamo a rendere obesi anche i cani) dovrebbe interessarsi a cotanta schifezza, visto che non ha certo la necessità di reperire residui di cibo per placare la fame: quindi diamo pure per scontato che per il cane le cacche siano prelibati bocconcini (così come lo sono, peraltro, la carne marcia, le carogne belle frollate e altre schifezze… almeno dal nostro punto di vista).
La cosa si aggrava quando il produttore di cacca mangia cibi che contengono sostanze aromatizzanti-appetivizzanti, il cui odore permane nelle feci (le “scatolette”, da questo punto di vista, sono dei veri attrattivi per i cani coprofagi): giusto per gradire (si fa per dire), aggiungiamo che la presenza di residui indigeriti/profumati è più frequente nelle feci di cani affetti da parassitosi, perché i parassiti intestinali riducono l’assorbimento delle proteine.
La conseguenza è che il cane coprofago sarà ancora più attratto dalle feci di cani parassitati: quindi non solo mangerà schifezze, ma avrà anche un rischio elevato di contrarre la stessa parassitosi.
Bene (anzi, BLEAH): una volta assodati i motivi per cui questo fenomeno si verifica, vediamo anche come mettervi fine, distinguendo alcuni casi in cui c’è una motivazione diversa (o aggiuntiva) da quella del semplice “mangio una cosa che dal mio punto di vista è buona e mi piace”.
A) Coprofagia da competizione alimentare – Questa si verifica soprattutto nei cuccioli ed interessa molto spesso i cuccioli più deboli, quelli che non riescono ad assumere tutto il cibo che vorrebbero quando viene messa giù una sola ciotola “per tutti”: in questo caso la spinta è la stessa che invita alla coprofagia i canidi selvatici.
il fenomeno è comunissimo nei canili e rifugi, un po’ meno in allevamento dove l’allevatore, di solito, controlla che tutti i piccoli siamo alimentati nello stesso modo.
Lo stress insito nella permanenza in canile (stress che spesso si riduce alla pura e semplice noia) aggrava quasi sempre la situazione.
“Non so cosa fare, mi rompo le scatole, mangio qualcosa”. Chi di noi non si è comportato nello stesso modo, in caso di noia prolungata? Solo che noi possiamo aprire il frigo e prenderci uno snack: il cane chiuso in un box prende quello che trova… e indovinate cosa troverà con maggior facilità.
Purtroppo si potrebbe pensare che, una volta portato via il cucciolo da questa situazione, lui non si sogni neppure più di mangiare cacche: ora ha a disposizione tutto il cibo che vuole, ha i giocattoli, ha gli umani che gli impediscono di annoiarsi… e invece no, molto spesso continua.
A volte la causa sta nel fatto che in realtà gli umani NON gli impediscono affatto di annoiarsi (magari si annoia su un morbido cuscinone anziché in una gabbia, ma per lui non è cambi poi tanto…): altre volte si torna al punto di partenza… e cioè al fatto che continua a mangiar cacche perché le trova appetibilissime.
SOLUZIONI: prima di tutto, la prevenzione.
E’ giusto che le cucciolate competano per il cibo, perché in questa occasione imparano competenze importanti per la propria caninità: però bisogna anche controllare che tutti abbiano mangiato il giusto, e se qualcuno è rimasto indietro (o addirittura all’asciutto) bisogna prenderlo, dividerlo dai fratellini e dargli una dose aggiuntiva di pappa.
Inoltre, sembrerebbe inutile dirlo, bisogna pulire i box dopo pochi minuti da ogni sessione di pappa, perché dopo aver mangiato i cuccioli immancabilmente sporcano: eliminare le tentazioni è il primo passo per evitare che si instauri la coprofagia.
Mi rendo conto che in un canile che magari ospita tre o quattro cucciolate la cosa diventa difficile, ma almeno in allevamento bisognerebbe sempre intervenire nei tempi giusti.
B) Coprofagia da parassitosi
Come abbiamo visto, il cane può mangiare le proprie feci perché ci sono rimasti dentro residui profumati ed appetibili: e siccome questo succede più facilmente quando il cane i vermi (specie se è cucciolo).
SOLUZIONI: è importante far controllare le feci dal veterinario e provvedere, nel caso, con una buona sverminazione.
C) Coprofagia da patologie gastro-enteriche
Gastriti, pancreatiti ed altri problemi del tratto gastroenterico possono causare coprofagia e anche pica (ovvero, ingestione di qualsiasi cosa, dai sassi alla gomma, dalla plastica alla terra: questo disturbo è pericolosissimo per la salute del cane, a differenza della coprofagia che fa schifo solo a noi, ma che al cane, proprio male che vada, procura solo qualche parassitosi facilmente debellabile).
SOLUZIONI: un’approfondita visita veterinaria, con particolare attenzione a stomaco, intestino, pancreas e così via, deve essere sempre effettuata quando si è in presenza di un cane coprofago e/o affetto da pica: e se si riscontra un problema medico, ovviamente bisogna curarlo.
D) Coprofagia gerarchica
Questa la riporto perché ricordo di averla letta da qualche parte, non ricordo dove ma so che era uno studio scientifico e non una cugginata qualsiasi: pare che tra i cani che vivono in branco (compresi quelli di allevamento) alcuni soggetti sottomessi prendano l’abitudine di rotolarsi nelle feci dei dominanti e di mangiare i loro escrementi, forse nel tentativo di assumere il loro stesso odore.
Prendo atto, anche se devo dire di non aver mai osservato nulla di simile nei miei personali branchi (e aggiungo dal profondo del cuore: per fortuna!).
SOLUZIONI: suddividere il branco in gruppi, evitando che i soggetti molto sottomessi convivano con i soggetti alpha.
E) Coprofagia da carenze alimentari
Per quanto un tempo fosse opinione comune che tutte le forme di coprofagia avessero questa origine, si è trovato un vero riscontro soltanto nelle razze nordiche, che digeriscono poco e male gli amidi e quindi li ritrovano quasi intatti nelle feci (e se li rimangiano, perché loro mica sanno di non digerirli: gli piacciono e quindi CHOMP!) e nei beagle con carenza di vitamina B1 (problema particolarmente diffuso in questa razza).
SOLUZIONI: ovviamente, evitare di somministrare riso e altri composti ricchi di amido ai cani nordici (tanto che glieli diamo a fare, se non li digeriscono?) e somministrare invece vitamina B1 ai beagle carenti.
F) Coprofagia indotta da errori umani
Se voi vi trovaste in un Paese straniero, di cui non capite la lingua, e qualcuno vi mettesse di fronte un piatto con dentro qualcosa che non avete mai visto e che non conoscete, piazzandovi poi una mano dietro la testa ed abbassandovela fino a ficcarla nel piatto stesso, che cosa capireste?
Ovviamente pensereste che quel gesto, per quanto poco cortese, è un invito a mangiare quel che si trova nel piatto! Presumo che lo tradurreste con “Dài, mangia, è cibo!”.
Bene: sappiate che il cane traduce nello stesso identico modo il gesto dell’umano stizzito che, trovando una pipì o una cacca in casa, per “educarlo” gli ci ficca il muso dentro!
In effetti lo “educa” benissimo: lo educa alla coprofagia. E non avete idea di quanti casi mi siano capitati di persone che arrivavano disperate dicendomi “il mio cane mangia le cacche!”, e alla mia domanda: “Per caso avete tentato di insegnargli la pulizia casalinga mettendogli il muso negli escrementi?” abbiano risposto: “Eh… in effetti sì!”.
Oggi l’orrenda abitudine di ficcare il muso nello sporco, grazie a Dio, è molto meno diffusa di un tempo: ma purtroppo NON è scomparsa del tutto (anzi…) e quindi si trovano ancora cani a cui è stato letteralmente insegnato a mangiar cacca.
SOLUZIONI: evitare nel modo più assoluto questo cavolo di presunto “metodo educativo”.
E se il cane mangia la cacca “perché sì”, perché gli piace e basta?
Le soluzioni dovranno essere adattate al singolo soggetto, ma in linea di massima è consigliabile:
a) aumentare l’esercizio fisico. Un cane stanco è un cane rilassato, che si dedicherà a recuperare le energie spese ronfando della grossa, più che mangiando schifezze.
b) suddividere i pasti quotidiani in due, ma anche tre-quattro somministrazioni. Se alla base della coprofagia c’è sempre l’impulso atavico a “mettere qualcosa sullo stomaco”, il fatto di non sentirsi mai completamente a pancia vuota può aiutare a limitare e in alcuni casi a eliminare del tutto questo comportamento.
c) evitare i prolungati momenti di inattività/noia. Se proprio non possiamo dedicarci al cane, diamogli qualcos’altro da fare per non rompersi eccessivamente le scatole. In questi casi i “kong” possono essere un valido supporto.
d) NON piantare mai le mani in bocca al cane per togliergli ciò che ha raccattato da terra (neanche con guanti o altre protezioni anti-schifo-umano), perché NON si deve mai dare attenzione al cane, tantomeno manipolandolo, quando manifesta un comportamento sgradito: potrebbe ripeterlo solo per il gusto di essere oggetto del nostro interesse.
e) se il cane mangia solo le proprie feci, esistono in commercio prodotti (da aggiungere alla pappa) che le rendono meno appetibili o direttamente schifose ANCHE per lui: ovviamente non servono a nulla se il cane mangia quelle altrui.
Mi dicono (ma non l’ho mai sperimentato) che lo stesso effetto si ottiene con qualche goccia di anice.
f) di fronte alla coprofagia interspecifica (ovvero, quando il cane è particolarmente attratto dalle feci di animali diversi da lui), l’unica soluzione è l’inibizione: un bel NO! secco e deciso deve fargli capire che questo comportamento non ci è gradito.
Tocca ricordare, giusto per chiudere in bellezza, che per il cane le feci degli erbivori (soprattutto quelle di cavallo) sono prelibatezze da gourmet, che quelle dei gatti sono bocconcini di prima qualità – il gatto è un carnivoro puro e quindi i residui alimentari profumano di carne… se poi il gatto mangia scatolette, abbiamo fatto bingo – …ma che (doppio bleah, mi fa schifo perfino scriverlo) il top dei top sono le feci umane: facilmente comprensibile, data la varietà e la complessità della nostra alimentazione e conseguentemente dei nostri residui.
In linea di massima nessuno di questi prodotti della digestione interspecifica può danneggiare il cane (sono più pericolose le feci dei suoi simili, per i motivi visti sopra)… ma il disgusto umano tocca i massimi livelli: quindi è bene educare il cane spiegandogli che NON gradiamo affatto che lui si cibi di tali robacce. E questo lo si può fare solo con il NO! (che non ha mai traumatizzato nessun cane, credetemi), che ovviamente il cane dovrà già conoscere.
Non servono assolutamente a nulla, invece, i rimedi “classici” consigliati dall’immancabile cuggino, tipo quello di andare in cerca di cacche e di cospargerle di peperoncino (rimedio spesso suggerito anche per il rifiuto dell’esca): i cani se le mangiano con gusto ancor maggiore (“Buone, pure condite!”).
Ed è ovviamente inutile anche picchiare il cane (lo dico anche se spero sempre che i miei lettori abbiano capito da tempo che con le botte non si risolve nulla, MAI): anzi, con i cani molti fisici pure il pattone sul culo può essere visto come un “che bello, si gioca!”…ed è inutile specificare quanto sia utile far pensare al cane che giocheremo con lui ogni volta che si metterà a mangiare una cacca.
Nei casi più disperati, l’unica è ricorrere alla museruola almeno sui terreni “ad alto rischio”: però bisognerà sempre affiancare una correzione comportamentale per riuscire a risolvere definitivamente il problema.

Il "montatore" ossessivo compulsivo

di VALERIA ROSSI – Mi scrive una simpatica amica chiedendomi un articolo su quelli che lei stessa ha definito “stupratori coatti”, ovvero “quei maschietti che appena vedono una femminuccia ci provano”.
Ed esistono, in effetti, diversi cani che apparentemente non sanno comunicare, non sanno giocare, non sanno rapportarsi con un loro simile senza mettergli immediatamente le zampe addosso: però, se la cagnetta in questione non è in calore (o vicina al calore) non si tratta di “stupratori”, ma di “dominatori” coatti. E non nel senso delle cinquanta sfumature di grigio o nero o rosso, ma in senso etologico.
Spesso tendiamo a dimenticare, infatti, che il gesto della monta è un segnale di dominanza (a forza di sentir ripetere che la dominanza non esiste, poi per forza ce ne scordiamo…) e che quindi questi maschietti apparentemente arrapati in realtà cercano solo di ottenere la sottomissione dell’altro cane.  Sottomissione gerarchica, e non sessuale.
Anche quando lo fanno solo con le femmine? Di solito sì.
Un’altra cosa che dovremmo ricordare è che la femmina, tendenzialmente, si rigira i maschietti come vuole, perché Madre Natura imporrebbe che un maschio non si sogni mai, per nessun motivo al mondo, di aggredire una fanciulla.  In teoria questo varrebbe per quasi tutti i mammiferi, dove le femmine sono più piccole, più fragili, più delicate: se fosse permesso combattere contro di loro, presto di resterebbe sprovvisti di tutte le potenziali madri, il che causerebbe l’ovvia estinzione della specie.
Le signore, dunque, “non si toccano neanche come un fiore” (detto creato, ironia della sorte, proprio da una delle rarissime specie in cui invece le femmine vengono picchiate e uccise decisamente troppo spesso): però non è vietato cercare di sottometterle con gesti rituali.
Non è vietato neppure farlo con i maschi… ma i maschi sono meno pazienti, e a molti cani capita di prendersi una sonora ripassata quando cercano di montarne uno: allora stanno più abbottonati (diciamolo: sono anche un po’ vigliacchetti!) e sfogano i loro desideri di dominanza sulle femmine, che magari cercano ugualmente di dire loro “piantala, hai rotto, mi dai fastidio…”, ma di solito lo dicono in modo meno cruento. Qualche  tentativo di sottrarsi, qualche ringhiata, magari anche qualche pinzata, ma di solito nessun morso serio… perché la cosa funziona anche al contrario: neppure le femmine sono “programmate” per menare seriamente i maschi, visto che dai rapporti tra i due sessi dipende la conservazione della specie.

stupratore3Alla base di tutto, se questo comportamento diventa davvero “coatto”, c’è però un problema di base: perché, infatti, un cane dovrebbe avere questa ossessione della dominanza?
In alcuni casi il sesso, tutto sommato, un po’ c’entra: o almeno c’entra la speranza di fare sesso in futuro, quando la signora in questione andrà in calore.
Il ragionamento del cane (anche se non è che si possa proprio parlare di “ragionamento”, perché il tutto è molto più istintivo che meditato) è all’incirca questo: “se tu ti sottometti oggi, io sarò il tuo capo indiscusso: quindi,  il giorno in cui andrai in calore, saprò di poterti considerare “mia” e di non rischiare di prender botte quando vorrò fare sesso con te”.
In altri casi, invece, il cane è ossessionato dall’idea di voler dominare tutti solo perché è abituato a farlo in famiglia: non per niente questi “montatori ossessivi” sono spessissimo i cani piccoli, straviziati, ai quali tutto è concesso e tutto è dovuto (compreso, a volte, attaccarsi allegramente alle gambe umane).
In casa loro ogni desiderio è un ordine, tutti scattano quando loro comandano, non c’è capriccio che non venga soddisfatto: perfino quando montano le gambe a volte vengono lasciati fare, perchè si pensa (di nuovo!) che sia uno “sfogo sessuale” (ed io mi chiedo come possano esistere persone che permettono al proprio cane di sfogarsi sessualmente su di loro. Me ce ne sono a pacchi… e sono poi quelle che come unico rimedio trovano quello di mettere l’annuncio “cercasi disperatamente fidanzata per Bubi”).
Comunque, questi cani si convincono di essere i padroni assoluti dell’universo, e quando incontrano dei loro simili si aspettano che quanche questi si prostrino ai loro piedi (pardon, alle loro zampe). Se non succede nel giro di tre secondi, parte la manfrina della monta.

stupratore1C’è rimedio?
Be’, sì: intanto non si deve far arrivare il cane alla convinzione di poter dominare il mondo. Qualche regola come si deve, un po’ di decente educazione, meno vizietti “aggratis” solitamente fanno sì che il cane si senta meno tirannico in casa, e conseguentemente anche fuori.
Se abbiamo educato bene il cane e abbiamo ottenuto un’obbedienza almeno passabile, possiamo anche fermarlo quando comincia a manifestare questi comportamenti,  facendogli capire che non ci sono graditi:  è vero che in realtà andiamo a mettere il naso in cose che non ci competerebbero… ma è anche vero che, se siamo stati noi  a creare un montatore coatto, abbiamo la responsabilità di correre ai ripari. Non perché le monte ammazzino qualcuno, per carità… ma perché, quando sono ossessive, diventano veramente seccanti e possono anche causare reazioni esasperate.
Purtroppo ben poche persone si chiedono “ma sono stato io a creare questo mostro che vuol dominare tutti?”
Pensano, invece, proprio allo “stupratore seriale”: pensano che sia tutta colpa del sesso… e conseguentemente pensano che il rimedio ideale sia la castrazione.
Che, in effetti, in alcuni casi risolve (ma in altri no), perché gli ormoni maschili portano a “tutte” le espressioni di virilità, da quelle sessuali a quelle gerarchiche: quindi, abbassando il testosterone (non “eliminandolo”,  perché eliminarlo tutto non si può, visto che viene prodotto anche dalle ghiandole surrenali e che quelle non le possiamo togliere), si abbasserà anche il desiderio di sentirsi i “macho man”, anzi i “macho dog” della situazione.
Personalmente, pur non essendo affatto contraria alla castrazione del maschio quando la si fa per motivi sanitari, sono contrarissima all’abitudine (sempre più diffusa) di castrare i cani solo perché non si è capaci di educarli correttamente.
Lo trovo davvero scorretto: moralmente scorretto, anche se i risultati possono essere positivi. E’ una delle tante scorciatoie (insieme agli psicofarmaci) che ormai troppo, troppo spesso vengono prese per sopperire alla lacune educative (e non solo educative: a volte questi comportamenti emergono in cani stressati dall’inattività, dalla noia, dalla mancanza di socioreferenza e così via).
Un sacco di comportamentalisti, ormai, suggerisce di tagliar via palle per ottenere una gestione più facile del cane: e lo suggeriscono proprio a quelle Sciuremarie che si lamentano perché Fuffi “le fa disperare, anche se loro lo trattano come un figlio!”
E allora, a queste sciure, io chiedo: se aveste un figlio che fa il bullo a scuola, vi verrebbe mai in mente di castrarlo per renderlo più tranquillo?
Se la risposta è “sì”, accomodatevi pure dal veterinario: ma se è “no”,  magari ponetevi qualche domanda.

Ansia da separazione...


Vorrei un cane, ma lavoro tutto il giorno…

Il mio cane, se lo lascio solo per qualche ora, mi distrugge la casa!

Il mio cane ha a disposizione un grande giardino, ma sembra sempre triste e annoiato…

Questi ed altri problemi, di cui tutti sentiamo spesso parlare, sono legati al fatto che il cane è un animale sociale…e l’uomo anche: ma purtroppo non è sempre possibile vivere nella stessa società.
E’ raro che sia possibile portarsi dietro il cane sul posto di lavoro; in alcuni casi è proprio vietato (se per esempio abbiamo un negozio di commestibili), in altri magari potremmo, ma ci tocca dividere lo stesso ufficio con persone non cinofile.
In altri casi ancora siamo noi a doverci spostare,visitare persone, vedere gente sempre diversa che potrebbe non apprezzare le effusioni di un cane esuberante.
Così, mentre gli americani hanno addirittura inventato “la giornata del cane in ufficio”, nel nostro Paese il nostro orario di lavoro coincide spesso con lunghe ore di solitudine per il cane di casa.
Che fare, allora?
Rinunciare alla sua compagnia?
No, non è necessario.
Vediamo di rispondere alle più frequenti domande su questo tema.


Si può prendere un cane se si lavora fuori casa otto ore al giorno?

Si può, purché si scelga il cane in base alle sue caratteristiche e non solo in base al nostro gusto estetico. Se ci piace il dobermann, per esempio, scordiamoci di prenderne uno da lasciare molte ore da solo, perché morirebbe di malinconia. Un husky, al contrario, troverà mille cose da fare in nostra assenza e quasi non noterà che non ci siamo (pur essendo felicissimo di rivederci al nostro ritorno).
Vanno evitate tutte le razze note per il loro morboso attaccamento al padrone (come dobermann, boxer e molossoidi in generale, cani da pastore conduttori del gregge), scegliendone una più indipendente (cani nordici e primitivi, levrieri, terrier, segugi, cani da pastore difensori del gregge).
Il comportamento del singolo soggetto non è prevedibile, ma la scelta della razza giusta è il primo passo per evitare i problemi.
Nonostante questo, tutti i cani sono animali sociali (anche se non tutti sono “socievoli”), quindi la solitudine assoluta li mette tutti in crisi. Come risolvere il problema?
Per esempio, offrendo loro la compagnia di un altro animale!
Ad alcune razze (per esempio quelle custodi di greggi e mandrie) può bastare un gattino o un criceto: loro si convincono che il loro compito sia vegliarlo e accudirlo in assenza del padrone, quindi si sentono “al lavoro”, sono perfettamente realizzati e non subiscono stress da separazione.
Altre razze (specie quelle molto predatorie) non legano con gli animali di specie diversa: possono imparare a conviverci pacificamente, ma la loro presenza non allevia la solitudine.
Invece tutti i cani si sentono perfettamente “socializzati” se hanno un compagno della loro stessa specie.
E qui mi sembra già di sentire le reazioni: “DUE cani?!?!? Sono già in ambasce all’idea di prenderne uno, e mi si parla addirittura di DUE??? Ma stiamo scherzando?
No, non stiamo scherzando affatto.
Il compagno a quattro zampe è sicuramente la soluzione ideale per tutti i problemi di solitudine, e dal punto di vista umano, che ci si creda o meno, tra avere uno e due cani non c’è quasi nessuna differenza…se non dal punto di vista economico, perché le spese ovviamente raddoppiano.
Per quanto riguarda invece l’impegno e le cure, la vera, sostanziale differenza c’è tra “nessun cane” e il primo cane: dopo, perché cambi davvero qualcosa, bisogna superare il numero di tre.
Naturalmente anche in questo caso dipende dalla razza: tra uno e due sanbernardo un filino di differenza di noterebbe, sia se cerchiamo di “stivarli” in un miniappartamento, sia se cerchiamo di portarli fuori al guinzaglio in coppia. Quando si tratta di cani di taglia piccola o media, invece, l’unica cosa che raddoppia è il divertimento. Provare per credere.
A questo punto, però, ricordiamo che le otto ore di lavoro sono solo una parte della nostra giornata: il resto dovremo dividerlo DAVVERO con il nostro cane, non limitandoci a portarlo fuori e a dargli da mangiare, ma lavorando con lui, giocando con lui, creando un rapporto con lui.
Un po’ come accade con i bambini, la qualità del tempo passato insieme è più importante della quantità: quindi prendiamo un cane solo se le famigerate otto ore rappresentano l’UNICA cosa che ci divide da lui. Per il resto (week end compresi) dovremo essere un binomio…o un “trinomio”, se abbiamo scelto la soluzione della coppia, indivisibile: altrimenti è meglio rinunciare e comprarsi un peluche.

Potrei anche pensare di prendere una coppia di piccoli cani: ma non ho il giardino. Anche se si fanno compagnia, chi li porta fuori a sporcare?

I cani (non da cuccioli, ovviamente) sono perfettamente in grado di trattenersi per otto ore senza subire alcun trauma fisico né psichico. Si può benissimo portarli fuori con questo intervallo di tempo. Se l’assenza del padrone supera le otto ore, o se comunque si desidera dare più possibilità di uscite ai nostri cani, ci si può avvalere del servizio di dog-sitter che ormai è reperibile in quasi tutte le città (e se non c’è un servizio “ufficiale”, ci si può sempre accordare in privato con una persona amante dei cani.
Per quanto riguarda i cuccioli, meglio acquistarli in un periodo di vacanza: non solo per avere il tempo di abituarli a non sporcare in casa, ma anche per poter dare loro i primi fondamentali elementi di socializzazione e di struttura gerarchica del branco-famiglia.


Avendo un ampio giardino posso farmi meno problemi? Il cane soffrirà meno la solitudine?

Assolutamente NO!  I problemi sono gli stessi. Certo, restare chiusi tra quattro mura è più noioso che passare le ore all’aperto, con distrazioni e giochi a disposizione…ma quello che fa soffrire il cane che vive solo NON è la mancanza di spazio: è la mancanza di contatto con altri esseri viventi con cui interagire.

E’ utile lasciare al cane giocattoli e ossa da rosicchiare per fargli sentire meno la solitudine?

L’osso di pelle di bufalo, i biscottoni duri e via dicendo sono quasi sempre compagni graditi e discreti antistress: i giocattoli, solitamente, no. A meno che il cane non sia un cucciolo piccolissimo, ignorerà palline e salsicciotti se non c’è il padrone a giocare con lui (mentre, sempre come antistress, potrebbe trovare interessante mangiarsi la gamba del divano).

Che cosa serve realmente al cane per sentire meno la solitudine?
Oltre alla compagnia di un altro animale, che continuiamo a raccomandare caldamente, al cane servono soprattutto dei punti di riferimento.
In generale: la sua cuccia tenuta sempre allo stesso posto, le sue ciotole (possibilmente piene, e di un cibo che conosce bene), un’atmosfera fatta di rumori e odori a cui è abituato lo aiutano ad sentirsi più sicuro e quindi a non fare drammi se deve stare da solo per qualche ora.
In particolare, quando si deve uscire per poco tempo, può essere utile insegnare al cane esercizi come la guardia all’oggetto, e lasciargli un qualsiasi oggetto da “sorvegliare” finché non torna il padrone.
Sentirsi utile, sentirsi “al lavoro” e sapere che ci fidiamo di lui per un compito preciso fa sentire il cane realizzato e sicuro di sé, e il tempo gli passa più velocemente.

Ma il cane ha davvero un “senso del tempo”?
A questa domanda, studiosi diversi rispondono in modo molto diverso. C’è chi sostiene assolutamente di no, c’è chi è convinto del contrario: la verità, per ora…la sanno solo i cani!
Alcuni soggetti (specie quelli molto ansiosi) effettivamente sembrano non notare la differenza tra dieci minuti e dieci ore, tant’è vero che quando usciamo di casa e rientriamo subito dopo si festeggiano come se non ci vedessero da secoli: ma questo è un po’ poco per stabilire che il cane non sa quanto tempo è passato. Potrebbe significare semplicemente che anche un solo “secondo” senza di noi gli sembra un’eternità, il che è sinonimo di amore e non si incapacità di contare i minuti.
D’altro canto è innegabile che i cani abbiano un “orologio biologico” precisissimo. Il mio cane (e decine di migliaia di altri) si alza ogni giorno dalla sua brandina esattamente tre minuti prima dell’ora in cui mio figlio torna da scuola: ci potrei bollire le uova alla coque senza bisogno di timer.
La domanda, però, è la seguente: “sa” che è l’ora giusta in cui rientra Davide, o “sente” qualcosa che gli annuncia il ritorno di Davide (per esempio il rumore del motore del pullman) molto prima di quanto possiamo sentirlo noi?
Io non conosco la risposta.
Quello che so – perché questi casi sono stati studiati e monitorati – è che i cani che soffrono di ansia da separazione (vedi sotto) manifestano i sintomi entro la prima mezz’ora di assenza del padrone, e mai dopo.
Che poi il padrone rientri dopo mezz’ora e un minuto, oppure dopo dieci giorni, il risultato non cambia.

SPECIALE: ANSIA DA SEPARAZIONE

 

 

Il mio cane, quando lo lascio solo, distrugge tutto
Questo NON E’ il normale comportamento di un cane lasciato solo in casa: di solito questo atteggiamento è sintomo di una vera e propria patologia comportamentale, scoperta solo in tempi recenti e divenuta sempre più frequente in questi ultimi anni, che si chiama ANSIA DA SEPARAZIONE.

SINTOMI E CAUSE
L’ansia da separazione è un problema psicologico che si manifesta con reazioni di vario tipo: all’inizio può trattarsi di semplici segnali di disagio (pianti, mugolii), che poi diventano agitazione vera e propria (depressione o iperattività, abbaio incessante ecc.) e che possono sfociare in un comportamento aggressivo-distruttivo che può ripercuotersi sul cane stesso (autolesionismo), sulla casa (sporcare in casa o…demolire letteralmente la casa) e talora sullo stesso padrone (mordere per impedirgli di uscire).
Le cause prime dell’ansia da separazione sono l’insicurezza e la mancanza di autostima: questo si riscontra spesso nei cani tenuti come “bambini di casa”, in cui è il padrone a proteggere il cane e non viceversa. Il cane vive sotto una campana di vetro e quindi non ha alcuna possibilità di acquisire coscienza dei propri mezzi.
Insicurezza ed eccessiva dipendenza dal padrone sono vere e proprie “fabbriche” di ansia da separazione.

Un’altra causa predisponente all’ansia da separazione è il distacco troppo precoce dalla madre, che causa un trauma nel cucciolo: questo stato d’animo ritorna quando il cucciolo, che si è legato al padrone, si sente “abbandonato” anche da quest’ultimo.
Per questo motivo molti dei cani di importazione venduti tramite grossisti e negozi, che per arrivare in negozio a un’età “appetibile” per il cliente devono essere staccati dalla madre troppo presto, manifestano la patologia.

Infine, talora l’ansia da separazione può essere causata dall’arrivo di un neonato o (più sporadicamente) di un nuovo membro adulto della famiglia (padrone che si sposa, madre anziana che viene a vivere con figlio padrone di dobermann ecc.). Molte delle manifestazioni descritte come “gelosia” dai proprietari spesso altro non sono che sintomi di ansia da separazione.
NON causa, invece, ansia da separazione l’arrivo di un altro cane: la “gelosia”, se c’è, è solo antagonismo gerarchico, e l’ansia non c’entra nulla.
Anzi, in diversi casi l’ansia da separazione si può curare dando un compagno (o una compagna) al cane che ne è affetto.
Ma perché questa patologia è diventata così frequente negli ultimi anni?
Semplice: perché l’uomo ha capito che il cane si esprime meglio, e sviluppa al meglio le proprie doti caratteriali, se vive in famiglia.
La conseguenza è che i cani vivono a contatto sempre più stretto con l’uomo, e quasi sempre abitano “dentro” casa, a differenza di quanto accadeva fino a qualche anno fa.
Quando i cani “stavano fuori”, in cortile o in giardino, e con l’uomo passavano solo i momenti di lavoro (che rappresentavano, nella stragrande maggioranza dei casi, anche l’unico motivo per cui l’uomo prendeva un cane!), il rapporto era sicuramente incompleto, e lo stesso addestramento dava risultati assai modesti rispetto ai metodi attuali: in compenso l’ansia da separazione era un problema praticamente sconosciuto.
La semplice constatazione storica dovrebbe far capire ai padroni la differenza tra un cane “sociale” e un cane “appiccicaticcio”, incapace di gestirsi autonomamente.
Infatti, se è giustissimo vivere insieme al cane per la maggior parte del tempo, è altrettanto importante abituare il cane a non considerarci una “stampella” senza il cui appoggio l’animale “frana” psicologicamente.

SINTOMI PREOCCUPANTI
- quando il cane capisce che il padrone sta per uscire lo segue passo passo, uggiolando e piangendo;
- appena il padrone è uscito, il cane raspa contro la porta sperando di aprirla per seguirlo;
- il cane si attacca morbosamente a un oggetto che appartiene al padrone (vecchio calzino, ciabatta ecc. e manifesta un comportamento aggressivo/possessivo se qualcuno cerca di toglierglielo.
- il cane rifiuta il cibo in assenza del padrone
- il cane saluta il rientro del padrone con manifestazioni esagerate, pianti, gemiti ecc

PREVENZIONE
Il cucciolo deve capire che il padrone è una presenza “sicura e costante”, ma non “perenne”: quindi, fin dai primissimi mesi di vita, ogni tanto dovremo lasciarlo solo.
Inizialmente bastano cinque-dieci minuti, perché è fondamentale che il padrone rientri appena il cucciolo comincia a manifestare segni di ansia: in lui deve prendere piede, e diventare solida come una roccia, l’assoluta certezza che non l’abbiamo abbandonato e che torneremo sempre.
Una volta instaurata questa certezza, però, il cucciolo dovrà anche capire che “sempre” non significa necessariamente “subito”: quindi dovrà essere progressivamente abituato ad assenze di dieci minuti, un quarto d’ora, e infine anche di due-tre ore.
Creiamo appositamente queste situazioni, lasciando il cane a casa anche in alcune occasioni in cui potremmo portarlo con noi: non è una crudeltà, ma un passaggio obbligato della sua educazione e un passo indispensabile per ottenere buoni risultati in addestramento.
Per controllare se ci sono sintomi di ansia da separazione si può attuare il seguente metodo:
1 – consegnare al cucciolo oggetti “antistress”, per esempio un osso di pelle di bufalo da rosicchiare;
2 – accendere un registratore nella stanza in cui si trova il cucciolo;
3 – al rientro, valutare se il cucciolo:
a) ha utilizzato l’”antistress”, e in quale misura;
b) ha sfogato lo stress su altri elementi della casa (sedie rosicchiate, cuscini sventrati ecc.);
c) si è sfogato abbaiando (ascoltando la registrazione).

Se si notano anche i minimi sintomi di ansia da separazione, sarà bene:
1 – raccorciare i periodi di solitudine, ma senza eliminarli completamente: quando il cane non mostrerà più sintomi si potranno nuovamente allungare i tempi;
2 – durante la giornata, ignorare completamente il cane per un certo periodo di tempo (per esempio mezz’ora al giorno, estendibile fino a un’ora), anche se venisse a cercare coccole o gioco;
3 – insegnargli i primi esercizi di obbedienza, cosa che aiuta a stabilire una gerarchia precisa riequilibrando un rapporto male impostato e aiutando il cucciolo a trovare l’autocontrollo;
4 – appena avrà capito il significato di ordini come “seduto” e “terra”, ottenere che resti seduto in una stanza mentre noi ci spostiamo in un’altra, inizialmente non uscendo dal suo campo visivo, e più avanti sì.
Quando torneremo lo premieremo e loderemo se avrà obbedito, mentre lo ignoreremo completamente (anche se venisse a festeggiarci) se avrà lasciato la posizione.
5 – può essere utile abituare il cane a stare per un certo periodo nella cuccia o meglio ancora in una gabbia (o vari kennel) in cui lui dovrà passare un po’ di tempo mentre noi rimarremo in vista, ma ignorando qualsiasi suo tentativo di richiamare la nostra attenzione.
MAI PUNIRE un comportamento legato all’ansia (da separazione e non), perché questo peggiorerebbe lo stress e di conseguenza la manifestazione patologica che ne deriva.

L’IMPORTANZA DI CAPIRE CHE ESISTE UN PROBLEMA
Chi pensasse che l’ansia da separazione in fondo è un segno d’amore per il padrone, e che non c’è motivo di prevenirla né di curarla perché intanto “nessuno ci dividerà mai”…be’, deve rendersi conto che l’amore è una cosa, e la possessività un’altra.
Purtroppo l’ansia da separazione è legata assai più alla possessività che all’amore, e questo mette in discussione anche i rapporti gerarchici all’interno della famiglia.
Un cane convinto che noi “gli apparteniamo”, e che può disporre di noi a suo piacimento, non potrà certo assumere il giusto ruolo di “sottoposto” nel nostro “branco” familiare, ma tenderà diventare sempre più dominante.
Molte persone provano una sorta di “autocompiacimento” che gli impedisce addirittura di ammettere che il loro cane abbia un problema di comportamento (anzi, credono che quello di totale dipendenza, comprensivo di ansia da separazione, sia l’unico tipo di rapporto corretto tra cane e padrone!).
Inutile dire che questo porta inevitabilmente a ritardare l’azione terapeutica…almeno fino al momento in cui il problema diventa davvero grave e di difficile soluzione.

TERAPIA
Se il cucciolo ai primi sintomi di ansia da separazione può essere “curato” esattamente come abbiamo visto per la prevenzione, il caso del cane adulto diventa più difficile, specie nei casi in cui le manifestazioni diventino apparentemente aggressive.
Conosco due dobermann adulti che impediscono letteralmente ai padroni di uscire di casa, afferrandoli con i denti: il primo proprietario ride del problema (considerandolo un “segno d’affetto”, vedi box) e quindi chiede semplicemente alla moglie di trattenere il cane quando lui deve uscire dal cancello. Il secondo proprietario è una donna, che ha ormai un vero e proprio terrore delle reazioni del suo cane quando lei esce di casa: per questo inizialmente ha risposto alle richieste del cane cercando di portarlo sempre con sé, poi ha finito per uscire di casa meno possibile…infine si è ritrovata alle prese con un esaurimento nervoso che l’ha spinta a prendere in considerazione l’idea di disfarsi del cane.
Prima di ridursi in questo modo, ovviamente, è bene intervenire contattando un buon comportamentista che possa aiutarci a risolvere il caso, tenendo presente che ogni cane avrà reazioni diverse e che quindi non c’è una “regola fissa” uguale per tutti.
Una cosa che comunque bisognerà sempre fare è controllare le reazioni del cane quando il padrone si allontana: si solito le manifestazioni ansiose si scatenano quasi subito, nella prima mezz’ora di assenza.
I possibili metodi di controllo consistono o nell’utilizzare una persona di famiglia che (restando nascosta) annoti tutti i comportamenti del cane, o una videocamera che inquadri la stanza in cui il cane rimane solo, mentre il padrone può vedere dall’esterno cosa succede.
Il padrone dovrebbe sempre rientrare (avvisato dal familiare, o messo in allarme dalla videocamera) ai primissimi sintomi di ansia del cane.
Altro punto importante: il padrone non deve mai dilungarsi troppo in “saluti” e rassicurazioni (mi raccomando, stai bravo, torno subito ecc.) nella speranza di tranquillizzare il cane: in realtà otterrebbe l’effetto contrario.
Anche i rientri in casa devono essere tranquilli e “normali”, senza accentuare troppo le attenzioni verso il cane.
E’ molto utile fare “finte uscite”: prepararsi, vestirsi, prendere le chiavi di casa… tutto il rituale di quando effettivamente usciamo, per poi “smontare” tutto e rimanere in casa. In questo modo il cane non potrà più entrare in ansia (come effettivamente fa!) ai primi segni di “umano che sta per andarsene”, perché questi segnali non saranno più indicativi.
Tutti i soggetti con ansia da separazione dovrebbero essere addestrati, sia per ripristinare un rapporto corretto (che non dev’essere morboso), sia per acquisire fiducia in se stessi.
Qualora la terapia comportamentale da sola risulti inefficace o solo parzialmente efficace si potrà ricorrere a farmaci (ansiolitici) che possono “aiutare” la soluzione del problema, ma che non dovrebbero mai essere considerati l’unica soluzione.
L’ansia da separazione non guarisce MAI da sola: inutile illudersi.
Il miglior metodo è sempre la prevenzione, ma ai primi sintomi bisogna correre ai ripari, perché un cane che subisce troppo a lungo queste situazioni di stress può anche ammalarsi fisicamente.
In casi particolarmente gravi esistono centri specializzati per la terapia, dove il cane viene curato in coppia o in gruppo per riabituarlo al concetto di “branco” e “disumanizzarlo” almeno in parte, ridandogli la sua dignità di cane e insieme la tranquillità che viene dall’autostima.

Insegnarli a stare da solo

di VALERIA ROSSI – Sempre più spesso mi sento chiedere consigli su casi di ansia da separazione (vera o presunta, perché in molti casi si tratta di semplici cani viziati che fanno un po’ di scena per commuovere gli umani, e non di una vera e propria patologia), tanto che ho l’impressione che il proliferare di approcci troppo “buonisti” e della creazione di rapporti troppo stretti stia causando un netto aumento di casi in cui il cane, anche se non arriva ad essere realmente patologico, non sa stare da solo.
Una lettrice mi ha fatto notare che, pur avendo trattato il tema dell’ansia da separazione e della sua prevenzione, non abbiamo mai dedicato un articolo a “come insegnare al cane a stare solo”. La lettrice ha ragione e quindi è ora di rimediare!
Non si tratta, infatti, soltanto di “andarsene” per qualche minuto o qualche ora al giorno: bisogna anche farlo nel modo corretto.
Ricordiamo sempre che per il cane l’isolamento è una vera e propria punizione, perché lui è un animale sociale che vorrebbe vivere sempre all’interno del suo branco (anche quando questo è composto solo da umani): in natura i cuccioli imparano presto che per alcuni periodi si deve rimanere da soli (per esempio quando gli adulti vanno a caccia), ma restano comunque in compagnia dei fratellini, mentre il nostrocucciolo, nella stragrande maggioranza dei casi, è un “cane unico” e come tale sente maggiormente la solitudine.
Importante, quindi, andare per gradi, evitando che lui si senta appunto “punito” quando deve restare da solo per un breve periodo, o che si senta addirittura “abbandonato”, sentimento che scatena l’ansia.

Come fare


a) Inizialmente si dovrà semplicemente abituare il cucciolo a non seguirci sempre e dovunque. Tutti noi ci sentiamo quasi gratificati (a volte senza “quasi”) quando il nostro cane ci sta costantemente appiccicato, e raccontiamo orgogliosi agli amici che “ci segue anche in bagno”:
Ecco, cominciamo proprio da qui: in bagno il cucciolo non ci deve seguire. Quindi, anche se ci sta tampinando, chiudiamogli delicatamente a fermamente la porta in faccia e poi facciamo quello che dobbiamo fare, senza rimanere troppo vicini alla porta ma occupandoci delle nostre faccende facendo comunque capire al cane che “siamo lì”: facciamo scorrere l’acqua, attacchiamo la lavatrice, tiriamo lo sciacquone. I rumori devono far pensare al cucciolo che noi non siamo fuggiti a Timbuctu, ma che semplicemente vogliamo stare soli per qualche minuto.
E’ probabile che il cucciolo frigni, abbai o raspi per richiamare la nostra attenzione (tipo: “Ehi, mi hai dimenticato qui fuori!”).
Se lo fa, ricordiamoci di tornare da lui solo in un momento in cui NON sta facendo casino: questo è importantissimo, perché se sbagliassimo i tempi rinforzeremmo i suoi tentativi di richiamarci. Invece lui deve pensare che riappariamo soloquando sta buono e zitto.
Quando il cucciolo avrà imparato ad attenderci tranquillo sapendo che siamo nei dintorni, facciamo lo stesso esercizio anche in altre stanze della casa e poi eliminiamo i rumori.
Questi esercizi dovranno durare inizialmente per due-tre minuti; poi allungheremo gradualmente i tempi, fino ad arrivare a mezz’ora circa. Passiamo sempre agli step successivi solo quando saremo sicuri che in quello precedente abbiamo ottenuto il risultato voluto.


NOTA: se avete un cane adulto che tende a scapicollarsi fuori quando aprite la porta di casa, vi segnalo l’ammennicolo che vedete nella foto a sinistra e che in pratica consiste in un “trattieni-cane” che può essere sicuramente utile quando la porta dà direttamente su una strada trafficata). Non c’entra molto con i contenuti dell’articolo, ma ho trovato questa foto e siccome l’oggetto mi è sembrato utile, vi faccio sapere che esiste (io non ne ero a conoscenza)!

b) quando torniamo dal cane è probabile che lui ci faccia la feste come se non ci vedesse da sei mesi: bene,ignoriamolo. Dedichiamoci agli affaracci nostri, come se il cucciolo proprio non ci fosse: solo dopo qualche minuto, chiamiamolo e dedichiamoci un po’ a lui (altrimenti potrebbe credere che siamo arrabbiati con lui) facendolo giocare o dandogli la pappa, se è l’ora.
Non dobbiamo MAI fargli pensare che diamo peso al fatto di “essere stati lontani”: questa deve essere percepita come una cosa normalissima, che di tanto in tanto può accadere e che quindi non merita chissà quali festeggiamenti (o…scuse!) quando finisce.

c) restare soli non è un “esercizio” e quindi non richiede comandi, né  tantomeno “spiegazioni”. Molte persone si dilungano a “raccontare” al cucciolo cose tipo: “Stai buono, non aver paura, la mamma torna subito, stai tranquillo che non mi perdi…” e così via.
In realtà il cane non capisce un beatissimo tubo di quello che gli stiamo dicendo: ma capisce che gli stiamo dando attenzione, che ci stiamo dedicando a lui…e poi, di colpo, scompariamo. A quel punto lui vive malissimo la cosa, un po’ perché si chiede se si tratti di una punizione per qualcosa che ha fatto e un po’ perché, di colpo, gli togliamo la cosa che ama di più al mondo, e cioè le nostre attenzioni.
Prima di lasciarlo solo, quindi, non parliamogli, non guardiamolo, non diamogli peso. E’ più facile, per lui, accettare l’allontanamento in un momento che comunque non era particolarmente condiviso.


Attenzione: è sicuramente utile, specie per le prime volte, lasciare qualche gioco al cane quando lo lasciamo solo. Però non deve neppure essere una regola fissa. Soprattutto il cane non deve mai pensare che quando gli porgiamo l’osso di pelle o il giocattolo da rosicchiare significa che stiamo per andarcene (e ci mette un nanosecondo a fare questo abbinamento!), perché questo potrebbe indurre in lui un sentimento negativo verso i giochini, che invece ci serviranno come il pane quando cominceremo ad educarlo!
Il gioco o lo snack vanno bene se li intendiamo come passatempo saltuario: ma noi per primi non dobbiamo intenderli come “contentino” da dare al cane perché, poverino, gli stiamo facendo un torto. Se noi viviamo così l’allontamento, finirà per viverlo male anche lui. Stare separati ogni tanto è una cosa naturale, normalissima, che non deve prevedere “premi di consolazione” perché NON è una cattiveria né una punizione: convinciamocene noi per primi, o diventerà tutto molto più difficile.


d) abituiamo il cucciolo al kennel o (se disponiamo di un giardino) al box: ad entrambi il cucciolo andrà abituato per gradi, inizialmente rendendoglieli appetibili (e cioè inserendoci la ciotola con la pappa, o qualcosa da rosicchiare, o un kong con cui giocare) e abituandolo ad entrarci con allegria. Per le prima volte la porta resterà sempre aperta; poi la chiuderemo e lasceremo il cane dentro per un minuto, rimanendo in vista. Poi lo chiuderemo e ci allontaneremo: anche qui si inizia con un minuto e gradualmente si arriva a un’ora. Per far uscire il cane comportiamoci sempre nello stesso modo: se piange, abbaia, raspa, guaisce, il risultato dev’essere lo zero assoluto. Non dobbiamo neppure sgridarlo, perché questo significa “attenzioni” e quindi rinforza il comportamento. Dobbiamo ignorarlo completamente e aprire la porta SOLO quando si sarà messo calmo e tranquillo.

Questi piccoli e semplicissimi esercizi solitamente bastano e avanzano per far capire al cucciolo che “stare sempre insieme non si può” e che comunque, anche se va via, il capo torna sempre. Basta avere un po’ di pazienza.
Ricordiamo che nessuno ha ancora scoperto esattamente che tipo di “senso del tempo” abbia il cane: si ritiene però che lui viva sempre e solo nell’attimo presente e che quindi non sia in grado di capire se è passato un minuto o un’ora. Infatti le manifestazioni più eclatanti dell’ansia da separazione si verificano quasi sempre nella prima mezz’ora dopo l’allontanamento degli umani (mentre sarebbe più logico che il cane stesse tranquillo per un po’ e si mettesse a fare il matto solo quando è passato parecchio tempo e lui comincia a temere che non torniamo più).
Questo significa che, una volta raggiunto il limite di mezz’ora circa senza che il cane dia manifestazioni di nervosismo,si può essere relativamente sicuri che “abbia imparato a stare solo” senza preoccuparsi e che possa quindi restarci anche per un’intera serata. Non serve, quindi, prolungare ulteriormente gli esercizi. Serve invece tenere il cane “allenato”, ripetendo ogni tanto proprio gli esercivi di routine anche quando non dobbiamo andare da nessuna parte: dieci minuti con una porta chiusa che ci divide,  un po’ di tempo passato nel kennel o nel box, qualche uscita di casa lasciando il cane ad attenderci. In questo modo il cane imparerà  a controllare l’ansia, si convincerà che torniamo sempre da lui e, dopo qualche tempo, cadrà addormentato come un sasso non appena ci vedrà uscire di casa, anziché mettersi ad abbaiare o a distruggere tutto.


Piccola parentesi a parte per quanto riguarda la camera da letto: personalmente consiglio sempre di tenere il cucciolo in camera con noi la prima notte, per evitargli il doppio trauma del cambio di ambiente + separazione dal suo nuovo branco.
Una volta che il piccolo si sarà convinto davvero di aver trovato la sua famiglia (e cioè dopo due-giorni), è bene che cominci ad imparare a stare fuori dalla camera per la notte (a meno che, ovviamente, non abbiamo deciso di tenerlo con noi per sempre).
Il segreto per ottenere che questo avvenga senza stress né traumi sta nella cuccia: il cane deve pensare che “notte” equivalga a “stare nella sua cuccia” (o tappeto, o brandina che sia). Quindi dovremo mettere inizialmente la cuccia in camera, a fianco del nostro letto, e poi spostarla gradualmente, notte per notte, di un metro circa fino a quella che sarà la sua posizione finale (anche in un’altra stanza).
Lo spostamento graduale non sarà quasi recepito dal cane (un metro alla volta gli dà l’impressione di essere “sempre lì”). La prima volta che sposteremo la cuccia fuori dalla camera lasceremo la porta aperta, poi potremo anche chiuderla: anche perché, nel frattempo, avremo continuato il programmino di “addestramento alla solitudine” e quindi il cucciolo sarà già abituato all’idea che le porte possono chiudersi, ma che nessuno lo abbandonerà mai.
Per il cucciolo proprio piccolissimo, appena arrivato a casa nostra, un tempo si consigliava l’uso di una sveglia meccanica che, con il suo tic tac, imitava il battito cardiaco della mamma: la mia esperienza mi dice che la sveglia funziona solo con alcuni cuccioli, mentre altri non ne traggono alcun giovamento. Al contrario, praticamente tutti i cuccioli con cui ho avuto a che fare hanno trovato conforto nella presenza di un peluche: e siccome adesso esistono i peluche scaldaletto, che si possono scaldare nel forno tradizionale o in quello a microonde e mantengono il tepore per un paio d’ore, ne consiglio sicuramente  l’uso. Una cosa pelosa e calda “sa di mamma” (o di fratellino) molto più di una cosa fredda e meccanica che fa tic tac e aiuta il piccolo a superare la sensazione di solitudine per le prime notti. E quando il cane si sarà abituato…il peluche – se sarà “sopravissuto”, perché qualche cucciolo giocherà sicuramente a rosicchiarlo – potremo metterlo nel nostro letto nelle notti d’inverno!).